Anya

anya_e_il_suo_fantasmaAnya è una ragazzina figlia di immigrati russi in America.
Anya si sente grassa ed insignificante, frequenta il liceo e passa il tempo a cercare di integrarsi. Ha una sola amica, dall’aspetto un po’ mascolino, e il ragazzo che le piace sta con la biondissima della scuola. Tutto sembra andare storto, e l’adolescenza non aiuta di certo la povera Anya dalla faccia sempre imbronciata.
Ma un giorno, in seguito ad una caduta in una buca, incontra una nuova amica: Emily, morta un secolo prima.
Emily il fantasma, sulle prime, insegnerà ad Anya ad essere più sicura di sé, ad affrontare la sua situazione di persona diversa perché straniera, ma poi… dopo un po’ qualcosa cambia. Emily sembra diversa e Anya cerca di scoprire le dinamiche della sua morte…

Questa è decisamente la graphic novel del niente è come sembra.
Neil Gaiman l’ha definito un capolavoro, e già questo basterebbe per leggerlo, ma la marcia in più è la splendida edizione (cartonata) ad opera della Bao Publishing.

L’autrice, Vera Brosgol, ha saputo mischiare vari elementi come l’underground, il moderno cartoon, un po’ di horror (soprattutto nella trasformazione del fantasma Emily) e il tratto pulito dei disegni. Il risultato è una graphic novel eccezionale sia da un punto di vista grafico che da un punto di vista dei contenuti. Anya ed il suo fantasma affronta i delicati temi dell’adolescenza e dell’immigrazione con i toni raffinati dell’ironia.
Le 224 pagine della Brosgol hanno vinto, e meritato, un Eisner Award e un Harvey Award.

Da sempre i fumetti hanno contribuito alla formazione dei ragazzi.
Anya ci insegna che niente è come sembra e che tutto può cambiare se si ha coraggio e determinazione.

La verità sul caso Harry Quebert

4527328_0“Harry se dovessi salvare solo una delle tue lezioni, quale sceglieresti?”

“Rigiro a te la domanda.”

“Io salverei L’importanza di saper cadere.”

“Mi trovi pienamente d’accordo. La vita è una lunga caduta, Marcus. La cosa più importante è saper cadere.”

Marcus Goldman, il formidabile, dopo il grande successo ottenuto in seguito alla pubblicazione del suo primo romanzo, si trova ad affrontare una caduta camuffata da quello che i più definiscono il blocco dello scrittore. L’unica persona che potrebbe aiutarlo a superare questo momento di impasse però, è coinvolta in una vicenda dai risvolti oscuri. In seguito al ritrovamento di un cadavere nel suo giardino, infatti, Harry Quebert, amico e mentore di Marcus, viene accusato dell’omicidio di Nola Kellergan, una giovane ragazza scomparsa nel 1975, alla tenera età di quindici anni. A Marcus non resta che trasferirsi ad Aurora, tranquilla cittadina del New Hampshire, trovare le prove che possano scagionare il suo amico, e salvarlo da una condanna che lo condurrebbe sicuramente alla sedia elettrica.

La verità sul caso Harry Quebert, in Italia edito da Bompiani, è probabilmente uno dei romanzi più belli che abbia letto negli ultimi anni. Un racconto di 775 pagine (se anche voi come me siete dei lettori notturni ed eventualmente amanti degli eBook, a meno che non desideriate allenare i vostri bicipiti, considerata la mole del volume, optate per la versione in formato elettronico) che non annoia mai il lettore e che, pagina dopo pagina, lo induce a chiedersi: chi è Nola Kellergan e cosa le sarà accaduto la notte di quel 30 agosto del 1975?

La maestria di Joël Dicker, autore ginevrino di appena ventotto anni (pochi sono gli Autori che in così giovane età possono vantarsi di aver visto tradotto il proprio romanzo in venticinque paesi), è di essere riuscito a dar vita ad un metaromanzo perfettamente equilibrato. Se da un lato Dicker accompagna il lettore alla scoperta delle vicende che hanno portato alla morte di Nola, dall’altro delinea un vero vademecum sul come diventare uno scrittore di successo, e non solo. Attraverso i consigli dispensati da Harry Quebert al suo caro Marcus, che intervallano i diversi capitoli, Dicker offre al lettore un ulteriore spunto per comprendere le dinamiche che lo hanno portato alla costruzione di una storia sorprendente e ben costruita. Joël Dicker può essere considerato lo scrittore tipo per gli amanti della lettura, ma anche per i lettori più svogliati, che neppur volendo riuscirebbero a distogliere l’attenzione dalle pagine di questo libro.

Un imperdibile romanzo sulla natura umana e le sue fragilità.

La versione di Mordecai

mordecai“Mi scusi, ma lei non è mica Mordecai Richler?”. “Si”. “Oh. Posso stringerle la mano? Ho letto quello che ha scritto, sa. Lei è un fenomeno”. “Be’, grazie…”. “Ma mi tolga una curiosità. Di vero mestiere lei sarebbe?”.

Potrebbe rispondere che è un piazzista, uno dei tanti. E, in realtà, lo è anche stato. Ma lui non risponde. Lascia cadere e passa avanti. E’ solo una delle tante battute – oserei dire freddure – che contraddistinguono la letteratura questo Bukowski ebreo-canadese, scomparso nel 2001 a 70 anni per un tumore ai polmoni, essendo stato un incallito fumatore di sigari come Barney Panofsky, il suo alter ego protagonista del suo libro più conosciuto “La versione di Barney” pubblicato nel 1997 e diventato un film nel 2010, diretto da Richard J. Lewis con Paul Giamatti (nei panni di Barney) e Dustin Hoffman, che nel film interpreta il padre, Izzy. Anche Mordecai, come Barney, ha sposato due donne, dalle quali ha avuto quattro figli.  Lo so che state pensando a questo: “adesso ci vorresti fare la recensione de “La versione di Barney”? Beh, troppo facile”. E invece no. Il tema resta sempre questo splendido libro cui – lasciatemelo dire – il film non ha reso troppa giustizia, ma vi parlerò di un libro che ne racconta il dietro le quinte.

Pubblicato nel marzo del 2011 “Mordecai” è un volumetto di appena 106 pagine, curato da Matteo Codignola che per la stessa casa editrice aveva già curato la traduzione de “La versione”. Il volume si apre con un breve racconto di Richler “Diario di un ambulante”. Ma, dopo aver apprezzato ancora una volta la sua genialità, il vero pezzo forte è la seconda parte dal titolo “Papà, il film e io” scritto da Noah Richler, primogenito di Mordecai. Noah racconta della sua esperienza sul set del film. E’ un viaggio emozionante, carico di sentimenti ma anche di momenti assai comici. Ma la cosa davvero interessante è entrare nel dietro le quinte del film dove scoprirete tanti piccoli segreti dei due attori principali, Giamatti e Hoffman, alle prese con la costruzione dei loro personaggi. Un libro che si legge tutto d’un fiato e che, per chi non avesse ancora letto il libro, è davvero consigliato.

Argilla, prendi vita!

argillaDavid Almond dice che “Con i ragazzi non si bluffa, non si può essere noiosi, non te lo perdonano. Solo se si è concreti e realistici si riesce a rendere credibile l’incredibile.”
Ed i libri di Almond hanno davvero qualcosa di incredibile.

Argilla è il terzo libro di Almond che leggo, il prossimo sarà Il grande gioco. Con Almond è sempre così… leggi uno dei suoi libri e poi non ne hai mai abbastanza: storie mai banali e scrittura ipnotica.

“Un moderno “Frankestein”. Nella piccola cittadina di Felling è arrivato un ragazzo nuovo: Stephen Rose. Ha una pelle lucida, uno sguardo ossessivo, ipnotico, e un odore nauseante. Non ha genitori. Non ha amici. Sul suo conto girano molte voci e pettegolezzi, ma una cosa è certa: c’è qualcosa di magico nelle strane creature che Stephen modella con la creta. I due chierichetti Davie e Geordie dovrebbero stargli alla larga? Oppure diventare suoi amici? Forse Stephen potrebbe essere un alleato nell’aspra lotta contro quel mostro di Mouldy e la sua banda…”

Argilla è un libro cupo e tenebroso, a tratti ho avuto paura e l’ho chiuso… ma la trama era così avvincente che, dopo qualche minuto, lo riaprivo e mi rimettevo a leggere.

Tema centrale del romanzo è il parallelismo tra il bene (impersonato dal chierichetto Davie) ed il male (impersonato dall’ambiguo e terrificante Stephen). Ma dove finisce il bene e dove inizia il male? L’argilla prende vita e, proprio come gli esseri umani, ha un lato buono ed uno cattivo. Quale sarà il lato predominante?

Un romanzo di formazione per ragazzi, ma adattissimo anche per gli adulti. Non è mai presto per imparare che il male è là fuori, e non è mai troppo tardi per ricordarsene.

 

Editoria indipendente: mi è preso un Tic da leggere!

Nel favoloso universo che ruota intorno al pianeta libro c’è una realtà tutta da scoprire: l’editoria indipendente. Nell’epoca dell’eBook, del self publishing, ma soprattutto della crisi economica, piccoli editori indipendenti non si lasciano scoraggiare dalle difficoltà e quotidianamente, sebbene spesso con grande sacrificio, contribuiscono alla promozione e alla diffusione della cultura nel nostro Paese.

Detto questo… Alcolibri Anonimi ha deciso di dedicare uno spazio a questi coraggiosi imprenditori e dare voce a chi i libri li fa per mestiere. Inauguriamo la categoria con un’intervista gentilmente concessa da Tic Edizioni, casa editrice romana che ammicca una simpatica familiarità, e che secondo noi ha saputo individuare nella diversificazione della propria offerta un interessante punto di forza.

Lasciatevi travolgere dai Tic!

Presidente Tic Edizioni, Emanule Kraushaar

Presidente Tic Edizioni, Emanule Kraushaar

Tic edizioni nasce nel 2011 dall’idea di Alessandro Alessandroni, Andrea Falegnami ed Emanuele Kraushaar. Chi sono e cosa li ha spinti a fondare una casa editrice indipendente proprio in un momento storico di profonda crisi, e che ha visto il settore dell’editoria segnato da grandi cambiamenti?

«La pazzia li ha spinti, è evidente. Sono tre pazzi, ma con un loro saper fare. Prima di Tic, orbitavano nello spazio editoriale per diverse ragioni: Alessandro Alessandroni in veste di libraio delle due librerie Altroquando di Roma; Andrea Falegnami come grafico; Emanuele Kraushaar per la free-press romana Metromorfosi. Andrea ed Emanuele inoltre sono scrittori.»

Qual è la linea editoriale di Tic?

«Pubblicare pochissimi libri all’anno, uno-due all’anno e solo se troviamo un testo che meriti davvero di diventare libro. Altrimenti lasciamo perdere, è importante interrogarsi sulla necessità di ogni libro potenziale. E questa parsimonia nel pubblicare è controbilanciata dal proposito di sbizzarrirci, di esagerare con le parole magnetiche, di cui abbiamo in cantiere numerosissimi nuovi soggetti.»

Oltre ai libri, in catalogo è possibile trovare mensole –libri, shopper o t-shirt. Perché la scelta di differenziare in questo modo la propria produzione? In particolare, da dove nasce l’idea delle “Parole magnetiche”?

«L’idea delle parole magnetiche nasce dalla capacità di mimesi massicciamente rappresentata nella specie degli Alessandroni. Le fanno in America. Alessandro le ha vendute in libreria, poi il distributore ha cessato di rifornire l’Italia. Introvabili. Così gli è venuto il pallino di rifarle. E di rifarle meglio, scegliendo soggetti diversi, parole diverse. Ci piace dare spazio alla creatività con i nostri non-book e preferiamo puntare su parole magnetiche & co. piuttosto che incrementare l’iper-produzione di libri.»

Uno dei tarli della piccola e media editoria è rappresentato dai costi della distribuzione. Stando ai dati ISTAT nel 2010 sono stati pubblicati 63.800 titoli. Come può un piccolo editore riuscire ad emergere in un mercato in cui la concorrenza è così elevata?

«Ci vuole una forte identità, personalità. Per la distribuzione è necessario avere una strategia ben precisa, e poi essere pronti a cambiarla. Non c’è una sola strada, ma bisogna avere un piano. E per fare un piano si devono conoscere i meccanismi del mercato del libro. Si devono conoscere prima e non dopo, perché i primi errori che si compiono o sono fatali o peseranno per anni sulla casa editrice come un macigno. Tanto si può imparare dalle storie delle piccole case editrici che, con percorsi differenti, ce l’hanno fatta o ce la stanno facendo. Noi cerchiamo di non bruciare le tappe, per esempio evitando di affidarci a un distributore nazionale che distribuisce anche editori medi e grandi: sappiamo che spariremmo nel mucchio. Abbiamo scelto di partire con una distribuzione piccola e regionale che però si impegni davvero nella promozione dei nostri prodotti.»

Tic accetta opere inedite? Se sì, quali sono i criteri di valutazione che vi spingono a pubblicare un libro?

«Sì, e il numero di dattiloscritti ricevuti aumenta sempre di più, noi lo prendiamo come un segno di apprezzamento per i libri già in catalogo. E però c’è sempre il sospetto che dipenda dall’ossessione per la pubblicazione a ogni costo, ormai è piuttosto diffusa. Leggiamo, chi trova un testo particolarmente meritevole lo gira agli altri che leggono a loro volta. Quando piace tanto a tutti allora è fatta.  Sembra facile, ma non capita spesso. Eppure, come si dice, chi cerca trova e noi modestamente trovammo. Ad esempio, il romanzo di Andrea Cosentino, Primi passi sulla Luna, che abbiamo pubblicato a maggio. Leggetelo. Primi passi sulla Luna, Pazzi scatenati e Mi faccio vivo io sono molto diversi tra loro, anche il libro che abbiamo in cantiere si differenzia parecchio. Per dire che non ci concentriamo su un genere, né sulla distinzione tra fiction e non-fiction. Pubblichiamo i libri che vorremmo leggere.»

La migliore “sbornia letteraria” di tutti i tempi?

«Quella sera a casa di Andy Warhol, quando il Presidente ha fatto Tarzan sulle spalle di Truman Capote… ah, e c’era Nico, e lui le è finito addosso.»

Neil Young, il grande viaggio della vita.

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Immaginate una di quelle highway americane  sconfinate, dove l’orizzonte sembra lontano milioni di anni luce. Immaginate di essere su una di queste highway in pieno agosto, con un caldo che squaglia anche la pelle, i piedi che ormai sono a contatto con l’asfalto che brucia peggio dei carboni ardenti. Immaginatevi tutto questo e metteteci pure il fatto che voi state cercando un passaggio per non si sa dove.

E mentre ormai vi state già rassegnando all’idea di dover percorrere non si ancora quante miglia prima di raggiungere il primo motel, ecco spuntare dal nulla un’auto imponente. Se ne riesce a distinguere solo la sagoma. È un’auto decapottabile della fine degli Cinquanta. Man mano che si avvicina l’immagine si fa sempre più nitida. Ora è a qualche centinaio di metri da voi. Ma riuscite a vedere anche al suo interno. O meglio: vedete un grande cappello ubbidire al volere del vento, che spinge da diverse direzioni, ad una velocità piuttosto sostenuta. Alzate il vostro pollice fiduciosi che questa grande auto venuta dal passato possa ammettervi a bordo e guidarvi verso il futuro.

Il pensiero non fa in tempo a completarsi che la grande navicella su gomma si ferma. Ora vedete che non c’è solo l’uomo con il grande cappello al suo interno. Ma anche un cane di piccola taglia. È un attimo: siete a bordo. «Il sogno di un hippie», il primo libro autobiografico di Neil Young, è proprio questo. Un grande viaggio dove il lettore non è spettatore ma attore. Neil diventa «l’amico Neil», «il fratello Neil». Ti chiede se ti stai annoiando ad ascoltare il racconto di 40 anni di vita vissuta intensamente, tra rock ‘n roll, country, alcool, droghe, donne in un’America lontana dagli stereotipi quotidiani. Con sguardo disincantato ti spiega le potenzialità della tecnologia.

E non è solo il racconto stanco di un signore di 68 anni che non ha più nulla da fare e niente da dire e per questo si è rifugiato – come tanti altri colleghi – nella scrittura di un libro di memorie. Neil racconta, certo, ma il suo racconto ha un qualcosa di più. Perché è soprattutto un’analisi interiore. E non ha scelto il miglior psicanalista d’America,come fece quando era in punto di lasciarci le penne. Ha scelto, ancora una volta,di salire su un palco e rimettersi al giudizio degli altri. Per l’occasione ha anche aperto un archivio fotografico quanto mai inedito svelando, non solo il suo universo musicale, ma anche quello più intimo. Sua moglie Pegi (la sua unica, grande e vera, musa), il piccolo Ben e gli altri due figli, Zeke e Amber.

Si scopre così il lato umano di un grande artista che ha sì inseguito,come tutti, il grande successo tenendo però sempre fermi dei principi, dei valori, oggi rimpiazzati da altri ben più pagani. Se pensate di trovare la storia di un uomo che ha incentrato tutto sulle tre “S” (sesso, soldi e successo) beh, mi dispiace, avete sbagliato. Qui troverete al massimo tre “A”:amore, amicizia e ambiente. Il legame tra Neil Young e l’ambiente inteso come rispetto dell’equilibrio ecosostenibile delle cose, è il perno principale. La sua vecchia Continental del ’59 è un vero e proprio prototipo dell’auto del futuro.

Ma questo ve lo racconterà lui. Così come vi aprirà le porte delle sue tante case, vi porterà nei luoghi che lo hanno formato, nelle sale d’incisione e nei locali dove, poco meno che ventenne, cominciava a muovere i primi passi nel cammino verso il percorso che lo ha reso, oggi, una leggenda vivente. Vi parlerà del “Cavallo Pazzo”, di Stephen, di David, di Poncho. Tante storie per un’unica grande avventura. Un’avventura destinata a continuare.

NeilYoung – “Il sogno di un hippie”(2012, Feltrinelli, 448 pagine, 17 euro) 

Quattro etti d’amore, grazie

Chiara-Gamberale_Quattro-etti-amore-660x993«E, chissà perché, vorrei solo abbracciare la signora Cunningham.

Adesso. Qui.

Vorrei che passasse su questa spiaggia buia, col suo carrello pieno.

“Ce l’hai lì dentro, no?” le chiederei, mentre le gambe non mi reggono più, e cado in ginocchio, sulla sabbia. “Mezzo chilo d’amore da darmi. Ce l’hai?”

Anzi no, facciamo quattro etti. Mi bastano. E a tutto l’amore che hai tu non tolgono niente. No? Su, ti prego. Dalli a me. Ti prego. Dammeli. Oggi. Quattro etti d’amore, grazie.»

Quanto si è disposti a spendere per amore? Intendo in termini di vita, di tempo, di felicità.

Ho letto Quattro etti d’amore, grazie per caso. Di sicuro non è un libro che avrei comprato: titolo sdolcinato, copertina dai colori caldi, a tratti malinconica. Non il mio genere.

Eppure…

Quattro etti d’amore, grazie è un romanzo che osserva. In realtà è Chiara Gamberale, la sua autrice, che osserva il mondo attraverso le storie delle due protagoniste, Erica e Tea, offrendo al lettore uno sguardo su una banale, ma non così scontata contemporaneità. L’ultima fatica letteraria della Gamberale (edita da Mondadori, casa editrice con la quale ha già pubblicato “Le luci nelle case degli altri”, che intendo leggere a breve, e “L’amore quando c’era”) non è un’opera che spicca per una prosa originale o per particolari frasi d’effetto. E’ un libro che descrive la realtà affidandosi alle illusioni del nostro tempo, Facebook incluso. Erica e Tea si osservano reciprocamente da non troppo lontano, immaginando quanto possa essere meravigliosa la vita dell’altra. Sono entrambe soffocate dalla propria quotidianità, ma è in quella latente inquietudine che attingono la giusta dose di ossigeno necessaria per respirare.

Sono convinta che la forza di questo romanzo si nasconda nell’immedesimazione. Qualsiasi individuo, anche chi lo negherà, almeno una volta nella propria vita ha desiderato vestire i panni di qualcun altro. Capita spesso che mi guardi intorno e mi chieda se la signora seduta al tavolino del bar accanto al mio è così felice come sembra, o se il pianto di un bambino sia soltanto un capriccio o il sintomo di un dolore nascosto. La realtà che ci circonda è fatta di apparenze, malintesi e miraggi.

Io non ho la minima idea di quanto amore possa bastare per essere felici, e se pensate di scoprirlo leggendo questo libro, beh, non è così.

Quattro etti d’amore, grazie è un romanzo sull’egoismo e su quanto sia sottovalutato. Invita il lettore a ricordare quanto sia importante imparare ad amare se stessi, per essere in grado di amare gli altri.

È un libro leggero per cuori pesanti e pensanti.